La verità è che, acciderbolina, sto trascurando il povero blogo e voi miliooooooni di lettori fedeli.
Ma vi dirò, gli spazi mentali della divagazione e ( diciamolo pure) del blogo-pippone si sono ridotti, lasciando spazio a interi ritagli di vita vera, mangiata e vissuta, che lasciano poco poco tempo alla elucubrazione pseudo-filosofica del mio cervello in pappa.
In pappa perché, proprio, da circa 3gg c’ho una fame nera e i dolci sono (ahimè) la mia preda preferita.
Mi preoccupo, ma anche no, all’idea che una creatura (o semplicemente un verme solitario golosissimo) possa abitare dentro me. Cose che capitano. Gnam.
Secondo poi (come dicono certi), Roma è in pieno delirio pioggia-bambini a scuola-ancora pioggia. Pertanto assisto attonita ad episodi di moto che fanno allegre piroette sull’asfalto, in tutte le direzioni, motorini che saltano come cavallette, auto che “si baciano” romantiche tra un semaforo e l’altro…
La mia, non è stata da meno, e puf!, si è ritrovata con una sua simile (ma nera nera) addosso al suo sederone.
In sostanza, mi hanno tamponato. Gioia massima.
Il boss c’ha il raffreddore, ma sempre s*****o rimane.
Le mie ricerche (in ogni direzione, ma è un altro capitolo questo) producono scarsi risultati.
La burocrazia mi uccide.
E questo solo per farvi un rapido elenco delle meravigliose avventure che allietano i miei giorni (wow!).
[Il titolo non mi è acora venuto…n.d.r.]
Malgrado tutto.
Malgrado il tempo che passa. Malgrado la meschinità e l'arroganza.
Malgrado i punti interrogativi, i bocconi amari.
Malgrado le ore di luce e di buio che sono passate (qui) io me lo chiedo: che cosa ho imparato. Che cosa rimane.
Una galleria di immagini davanti agli occhi.
Capita che non scrivi per un po’, perché la vita scorre così velocemente da non lasciare spazio per il pensiero lento e profondo, quello lascia il sedimento in fondo, quando le acque sono ferme da un po’.
Ma oggi è un giorno di quelli, in cui finalmente ci si può guardare dentro. La boccia di cristallo è limpida, il sedimento, sul fondo è (quasi) immobile come sabbia dorata.
E tu. Mi hai travolto.
Prima però, mi avevi abbracciato. E lo fai, ancora e sempre, con la stessa calda intensità.
E hai scaldato, ammorbidito, sciolto, blocchi di granito che abitavano in me. Polverizzati.
E adesso mi dici “cose”. Cose che mai più avrei immaginato di sentire. Cose che però tutte le orecchie vorrebbero sentire e che accarezzano l‘anima.
E fai progetti. E nel mio castello solitario, adesso, siamo in due. Domani chissà, saremo di più…
E corri, la faccia nel vento. E non hai paura.
E vivi, come se il nostro castello, nel vento e nella pioggia, fosse una fortezza, la più bella e la più preziosa. Indistruttibile.
E mi chiami per nome.
E ridi. E un attimo dopo mi guardi con due occhi grandi e profondi e del colore di mari lontani che somigliano al Paradiso.
E mi chiedi perché. Perché non premere col piede sull’acceleratore. Perché non bruciare quello che è già rovente. Perché non lasciare che i fatti seguano le parole che così naturalmente, sono cadute dalla nostra bocca. Ma erano gemme preziose, non semplici parole.
Mi chiedi di dare un nome e un sigillo a questo nodo tra me e te.
Non aver paura se i miei occhi, all’improvviso, si fanno grandi e liquidi. Se all’improvviso il guscio si richiude su di sé.
È soltanto un brivido. E vorrei che non finisse mai. Un brivido infinito e dolce.
L’INSEGNAMENTO, siore e siori.
La docenza, privata magari, pur di fuggire da un luogo infame e che mi sta stretto come una camicia di forza.
Che poi, suvvia, non è poi SEMPRE così stretto, ci sono momenti di sana tranquillità, pochi, ma ci sono e di timida ilarità, addirittura. Di facciata, e mutevole come il cielo a primavera, ma sufficienti talvolta a far respirare noialtri cianotici e senza ossigeno.
Serenità: poca e molto precaria, appesa ad un filo.
Sono, questi, spazi infinitesimali, brevi intervalli in un mare di lunghe sfacchinate, corse inesorabili, senza, peraltro, intravedere un bello striscione con su scritto “ARRIVO” davanti a sé. Figurarsi la coppa, poi…
Insomma, una melodia fatta da lunga fila di note stridule e pochissimi - radi e brevi - intervalli di silenzio. E fuga.
E così, dopo l’ipotesi omicidio, l’ipotesi gravidanza, l’ipotesi fuga senza alternative pronte (epica, ma praticamente suicida), l’ipotesi fuga verso una prospettiva migliore (possibilità di realizzazione: 0, leggasi zero), è scattata l’ipotesi DOCENZA. Che vuol dire che io, col mio ben noto bagaglio di conoscenze e la molto meno nota dotazione di pazienza, dovrei abbandonare l’ascia di guerra di donna in carriera (e dunque stressata e pazza, ma "potente") a favore dei lidi sicuri e molli dell’insegnamento.
L’ipotesi è secondo voi plausibile? Ma soprattutto: qualcuno sa come si fa?
Primo step: ammazzare l’ambizione e abbandonare le aspirazioni di donna_che_porca_paletta_siamo_nel_2009_e_voglio_il_mio_stracavolo_di_potere.
Secondo step: ???.
To be continued….
Che, voglio dire, non è poi una grande novità per una che succhia e assorbe le atmosfere del mondo e capta i fulmini nel cielo lassù.
Le sopracciglia si inarcano e si fanno strette strette, insieme alle nuvole, cupe come cumuli di ovatta grigia sulla testa. Gli occhi si spengono, le labbra si increspano in un broncio rassegnato.
Stanchezza. Desiderio di riscatto e ribellione soffocata. E perciò dirompente in profondità.
I cicli. Le cose che cambiano, ma in fondo sono sempre uguali a se stesse.
Non siamo impermeabili, nessuno lo è.
E il mio ombrellino contro i fulmini e la grandine che mi piombano addosso, qui dentro, è pieno di buchi, fa acqua da tutte le parti.
Sospetto che dovrò tenermelo, è l’unico che ho. Ma non ripara e non protegge.
Cambiare aria potrebbe essere l’unica, salvifica soluzione.
Prevedibile partenza di pippone, di cui si spera di arginare gli effetti.
Sensazione di copione che si ripete sempre uguale a se stesso.
Paura mista a dolce consapevolezza dei propri sentimenti.
Esigenza di uscire fuori dai soliti schemi, non replicare gli errori del passato, trovare altre vie, altri mezzi, altre parole. Per presevare e proteggere il bellissimo bocciolo del sentimento che sta nascendo.
Brucio brucio brucio e provo a fare capolino nella realtà dopo settimane di apnea, vissuta senza pensare, divorando ogni istante come fosse l'ultimo e col fuoco addosso.
Arriva la risacca, la calma, la pace. E ne ho paura, più ancora della tempesta.
La calma mi allarma, più ancora del disordine.
E se fosse invece...l'equilibrio? Questo sconosciuto, che vado rincorrendo, scapigliata e in corsa, da sempre.
Mi è stata recapitata proprio adesso una valigia piena di terrore e spavento.
Anzi no, forse si tratta di una borsa, anzi, direi piuttosto che somiglia di più ad una pochette o ad un portamonete o che so, ad una scatolina portapillole da borsa. Però c'è. E contiene la dannata, incontenibile quanto immotivata paura che la magia di questo momento improvvisamente finisca, che le illusioni svaniscano, che la bellezza e la poesia di questi giorni si trasformino in incubi notturni e giornate di lacrime senza fine.
I miei 5 minuti di panico sono spaventevoli e durano da circa mezz'ora ormai e l'unico modo che conosco per provare a combatterlo, 'sto maledetto, è scrivere qui, su queste pagine, che pagine non sono. E riversarlo qui dentro prima che mi soffochi alla gola, risalendo dallo stomaco.
"Hai una ragione, un appiglio, un motivo banale, una frase distratta, soltanto sussurrata, che ti fanno pensare che un'eventualità del genere sia in fondo...possibile?"
"No. Ma statistiche sì, ce ne sono eccome. E parlano di improvvisi, repentini, imponderabili, imprevedibili e sorprendenti cambi di rotta, voltafaccia, fughe, sparizioni, bugie, lacrime e in fondo a tutte, la solita rabbia, la solita paura. L'inevitabile chiusura."
Nel mio caso, che sono fatta tutta storta, e non conosco l'equilibrio che abita nelle cose belle, ma scalpito sempre in vista del prossimo e più lontano equilibrio, mi accorgo dell'amore solo quando questo è accompagnato dal senso della perdita.
L'amore (o quanto di più simile ad esso) e la paura di perderlo sono un'unico sentimento. Due elementi ben distinti e però fusi insieme. Un cocktail micidiale, una formula infernale e talvolta distruttiva.
Scrivo qui e così esorcizzo questa diabolica unione e attendo che i miei 5 minuti di panico vadano via, si allontanino, così come sono arrivati. Era una valigia, adesso è un portapillole.
E va via. Puf.
Caffè amaro e bollente. E mi piace.
Questa vita sta cambiando e le cose sono realmente, concretamente, radicalmente nuove e vive.
Pochi fantasmi, tanta tanta vita reale.
E carne e occhi e denti. E mani.
E momenti che rotolano via, pieni e dolci e perfetti come cioccolatini.
Pezzi di un puzzle che si incastrano alla perfezione; ritrovati in fondo ad una scatola impolverata, dopo chissà quanto tempo. Tac.
E viverli si fa semplice e inevitabile come respirare.
Ogni cosa sta tornando al suo stramaledetto posto. Finalmente.
E al suo equilibrio di corpi celesti e stelle.