L’INSEGNAMENTO, siore e siori.
La docenza, privata magari, pur di fuggire da un luogo infame e che mi sta stretto come una camicia di forza.
Che poi, suvvia, non è poi SEMPRE così stretto, ci sono momenti di sana tranquillità, pochi, ma ci sono e di timida ilarità, addirittura. Di facciata, e mutevole come il cielo a primavera, ma sufficienti talvolta a far respirare noialtri cianotici e senza ossigeno.
Serenità: poca e molto precaria, appesa ad un filo.
Sono, questi, spazi infinitesimali, brevi intervalli in un mare di lunghe sfacchinate, corse inesorabili, senza, peraltro, intravedere un bello striscione con su scritto “ARRIVO” davanti a sé. Figurarsi la coppa, poi…
Insomma, una melodia fatta da lunga fila di note stridule e pochissimi - radi e brevi - intervalli di silenzio. E fuga.
E così, dopo l’ipotesi omicidio, l’ipotesi gravidanza, l’ipotesi fuga senza alternative pronte (epica, ma praticamente suicida), l’ipotesi fuga verso una prospettiva migliore (possibilità di realizzazione: 0, leggasi zero), è scattata l’ipotesi DOCENZA. Che vuol dire che io, col mio ben noto bagaglio di conoscenze e la molto meno nota dotazione di pazienza, dovrei abbandonare l’ascia di guerra di donna in carriera (e dunque stressata e pazza, ma "potente") a favore dei lidi sicuri e molli dell’insegnamento.
L’ipotesi è secondo voi plausibile? Ma soprattutto: qualcuno sa come si fa?
Primo step: ammazzare l’ambizione e abbandonare le aspirazioni di donna_che_porca_paletta_siamo_nel_2009_e_voglio_il_mio_stracavolo_di_potere.
Secondo step: ???.
To be continued….
E forse tu non lo hai capito, ma io non sono un soldato.
Non eseguo, non obbedisco. Scalpito e friggo.
Questo posto è pieno di soldati. Tanti piccoli soldatini: a testa bassa, eseguono gli ordini.
Allineati e coperti sotto lo stesso mono-pensiero, mono-cervello, mono-standard.
Monotono.
E molto, molto pericoloso.
Povera me, nata farfalla, costretta alla gabbia.