Macchie di caffè sui disegni, post-it rosa, telefoni che squillano, segretarie di lusso, ingegneri di cartone, rassegna stampa, numeri in fila indiana, pennarelli lucidi. Ore di vita e ancora foto e biglietti aerei e regali di natale.
“Ce la posso fare?”
“Ce la posso fare.”
“Per quanto tempo ancora?”
“Boh.”
Mi piacciono i separatori di cartoncino colorato. Mi piace la cancelleria di lusso e la mia sedia presidenziale.
Adesso ho gli occhi pesanti e il torcicollo. Vorrei farmi una doccia.
Insomma, non è un post. È una palla. Anzi: la blogo-palla che ritorna. Uff.
Guarda un po’ i casi della vita:
ti si ripete che stai troppo sul piedistallo, che madonnamia, ma che pretendi, provi a scendere... e non ti calcolano. Peggio: li sorprendi al punto da spaventarli. E se ne vanno… Prendono distanze immediate, che hanno il sapore della cautela e dello sconcerto, ahimè.
Ragazzi, non la voglio buttare sul sentimentale: qui non si tratta di “uomini” (sesso maschile) ma di “umanità”. In sostanza, di tutti. È statistica, di solito va così.
Io ne so qualcosa, di piedistalli. Però sono diretta e quando non parlano le mie parole, lo fanno gli occhi, capaci di fiamme come di sorrisi infiniti.
In sostanza: se mi stai sulle balle, se mi dai prurito, se mi fai calare la palpebra, se mi annoi come un trattato di filosofia, o peggio mi spaventi te lo dico. Non te lo manno a dì. Ecco.
Analogamente, se mi piaci, se mi incuriosisci, se mi intenerisci, se mi attiri, se mi stuzzichi o mi fai morir dal ridere, se mi vien voglia di te, te lo dico (con le parole, con gli occhi, con i gesti). E ne sono capace, eh. Sono quella dei fuochi d'artificio, io.
Anche in questo caso, non te lo manno a dì.
Prendine atto, tesoro. E ti prego, fai lo stesso con me, se puoi.
E rispondimi, soprattutto. Rispondimi, chè faccio il fumo dalle orecchie, quando non lo fai.
Le vostre ferite sono le mie ferite, amiche mie.
Le sento bruciare e pulsare sulla mia pelle, che già è stata offesa e ha solo coperto le cicatrici con uno strato sottile di pelle rosa. Pulita.
Ma il vostro dolore, che è vergine e brucia come sale, è un ricordo che non si dimentica, non si cancella. Esiste, ancora e sempre, nella carne e nelle ossa. Nel sangue.
Ed è per questo, che non spenderò le mie parole di consolazione. Di vaga comprensione. Di compassione distaccata.
E' esattamente per questo che vi sono vicina. Non accanto, ma dentro, se questo vi sembra possibile.
Le vostre ferite sono le mie ferite.
Le vostre lacrime, le mie lacrime. Quelle versate, copiose e inarrestabili. E anche quelle che ho lasciato lì, sul bordo delle mie ciglia scure.

Un genio
"I'm asking you to believe. Not just in my ability to bring about real change in Washington...I'm asking you to believe in yours"

Finalmente.
Eh, no. Per favore non parlatemi di felicità, di famiglie che si allargano, di promesse per il futuro, di splendidi partner, meravigliosi ed affidabili. No cari miei, non si fa. E scusate la cattiveria, ma è una questione di autoconservazione, di sopravvivenza. E scusate (ancora e nuovamente) la mia imperdonabile cattiveria, ma io non sono pronta, non sono disponibile. Vi chiuderò la porta in faccia e buonanotte.
Siete stati in tanti, oggi, a deliziarmi con zuccherose notizie di cuoricini gonfi d’amore e anzi GRAZIE per avermi fatta partecipe delle vostre gioie coniugali. VI ADORO PER QUESTO, gioisco per voi con ogni cellula del mio corpo e vi ringrazio perché mi fate complice e saggia consigliera delle vostre splendide avventure sentimentali, luccicanti come favole dorate.
Ma questo non è cinismo. Nooooo, signori non lo è. È solo ansia, banale ansia. No no, non è per giustificarmi, per carità. È per onore del vero. Si chiama onestà intellettuale, ecco. E poi mettiamoci quel po’ di bassa autocommiserazione, qualche lacrima di coccodrillo, e diciamolo pure un po’ di angoscia latente, che all’occorrenza si ripresenta come i peperoni a cena. L’orologio biologico comincia a fare un rumore assordante, che rimbomba nelle orecchie e non lascia respirare se ci si pensa un po’ di più.
E allora io mi rifiuto. Mi tappo le orecchie per non sentire le voci che mi ricordano tutte le occasioni perdute, i treni persi, le situazioni mancate. Non le voglio sentire. Dacchè sento che aldilà del libero arbitrio, alla base delle mie scelte, c’è qualcosa che mi sfugge e non dipende solo da me se i miei sogni si schiantano con violenza contro muri immaginari, infrangendosi senza pietà.
Non ditemi che sono cattiva.
Anzi sì.